La Pienezza dall’Alto che spinge verso il basso
Il Vescovo di Hasselt parla della preghiera come d’un lottare con il proprio cuore e con il tempo, davanti al Volto del Signore, lasciando che Egli c’interpelli e ci consoli con la Sua parola.
Nella preghiera incontriamo l’amore di Dio che guarisce il cuore e la memoria e conduce a una nuova pace.
Essa permette di superare l’estraneità alla propria cultura e al mondo nel quale si vive, soprattutto di fronte a certe situazioni di scandalo che feriscono e umiliano i più poveri. Quanto più quest’amore penetra nel nostro cuore, tanto più anche il nostro passo
diventa agile e potente.
La circolarità del pensiero di Mons. Schruers si trova nell’amore ferito del Cristo crocifisso a noi donato dal Padre, amore che a sua volta ferisce il nostro cuore.
La Pienezza verso il basso dell’amore del Padre nel Figlio, quando ci colpisce ed è da noi accolta, diventa, a sua volta, nostra pienezza d’amore verso il basso. Si crea in tal modo un profondo legame con le ferite e le speranze del prossimo.
È questa la condizione perché il nostro cuore ferito ritorni non solo in pace e gioia, ma nella comunione con le ferite del mondo.
Si viene in tal modo a costituire una “cultura dell’amore”[1] che, se dalla Pienezza dall’Alto spinge verso il basso, nello Spirito del Signore Risorto e Asceso al Cielo ritorna alla Pienezza dell’Alto dell’Umanità assisa nel Figlio alla destra del Padre. Ritroviamo i fondamenti trinitari e cristologici sui quali si fonda la missione della Chiesa e l’amore agli uomini, ai viandanti che giacciono feriti ai bordi delle strade del mondo[2].
La cristologia del Vescovo di Hasselt si radica principalmente nel Vangelo di san Marco. Al Cristo Re Messia che domina la storia e le strutture, come l’hanno inteso i discepoli di Gesù, si oppone il Cristo Messia come servo sofferente annunciato da Isaia.
Ne consegue che la strada di Gesù non è quella scelta dai discepoli che chiedono la ricostruzione del Regno nella società, ma quella d’investire amore e servizio costanti in questa stessa storia, preferibilmente nel nascondimento.
Mons. Schruers mette in guardia contro l’illusione di credere che Gesù sia venuto a portare via il dolore nella sua globalità.
Per il Vescovo di Hasselt, Gesù ha investito d’amore delle situazioni concrete, cambiando in tal maniera la storia dall’interno.
Il suo pensiero non è intimista e alienante, non rifugge dall’immersione nella realtà, a partire da quella dell’umanità più emarginata e sofferente.
Mons. Schruers sa molto bene che non si può agire nel mondo senza sporcarsi le mani.
Egli riprende l’esempio e l’insegnamento di Papa Gregorio Magno per proporre la profonda unità tra l’amore per Dio e l’amore per gli uomini.
Nel corso del tempo bisogna continuare a essere fedeli nell’amore, sempre pronti a correre verso l’uomo che si trova nel bisogno.
Ma la sottolineatura forte e costante non è posta nella ricerca della soluzione dei problemi, magari meglio di come farebbe lo stesso Dio.
Dio, è questa la lezione del teologo russo Soloviev, salva amando, mentre l’Anticristo salva cercando di fare del bene, cercando di dare soluzione ai problemi[3].
Da queste brevi premesse scaturisce logicamente e coerentemente un’essenzialità di progetto pastorale.
Vi sono alcune indicazioni che non sostituiscono la responsabilità personale dei vari agenti e si poggiano su delle intuizioni semplici, ma gravide di conseguenze se assunte nel loro dinamismo operativo. V’è innanzitutto un richiamo forte a vivere, interpretare e agire nell’hodie Dei che ci è donato.
Con senso di grande prudenza pastorale e di amore all’uomo concreto che rifugge dalla ricerca u-topica di un’umanità inesistente, Mons. Schruers indica nei pochi membri interessati di un gruppo attivo, che sono qui e ora (hic et nunc), il luogo ove impegnarsi con tutto il cuore. Egli parla in proposito del “presente come momento di grazia” e d’una “pastorale del qui e ora”.
In tal modo mette in guardia da tanti sogni e desideri pastorali con i quali si analizza il passato, si esplora l’avvenire e nevroticamente si resta continuamente occupati nel cercare una situazione futura migliore.
Ci sembra questa un’indicazione fondamentale di grande saggezza e prudenza.
Il soprannaturale è il carnale, qui e ora
Riprendendo un pensiero di Klaus Hemmerle[4], Vescovo di Aquisgrana, l’incontro col quale ha rappresentato una svolta nella sua vita, Paul Schruers cita Péguy: “Il soprannaturale è il carnale, qui e ora”[5]. E conclude affermando che “il nostro autentico problema abitativo è che dobbiamo abitare nell’amore qui e ora”.
Questo “soprannaturale carnale”, questo “amore qui e ora” trova la sua espressione di massima densità, autentica chiave ermeneutica di lettura della Bibbia e del tempo, nel rapporto con i poveri.
Nel suo intervento al Sinodo dei Vescovi per l’Europa, citando il P. Titelmans, cappuccino di Hasselt vissuto nella prima parte del sedicesimo secolo e già professore di teologia a Lovanio[6], Mons. Schruers indica un luogo teologico ove riflettere su Dio che si comunica all’uomo e che indica un cammino: “I poveri sono la mia biblioteca. I poveri diventano i maestri”. Alla sequela del Cristo Messia che soffre per amore, anche noi siamo chiamati a porre il centro di gravità della nostra vita al di fuori di noi stessi, nel volto e nella storia di ogni uomo, di chi è povero soprattutto.
Il volto dell’altro ha anche una funzione terapeutica, poiché si presenta a noi nella sua necessità, nella sua dipendenza da noi. Noi possiamo dare la vita o dare la morte.
La sua apparizione ci guarisce dalle ambizioni egoistiche e dalla volontà di potenza e di dominio.
Il filosofo che si è imposto maggiormente all’attenzione del pensiero del nostro tempo come filosofo dell’alterità e che ha magistralmente descritto la fenomenologia del volto è senz’altro Emmanuel Lévinas. Nel noto saggio Totalità e infinito ritroviamo la sua fondamentale riflessione:
“Altri in quanto altri si situa in una dimensione di gloria e di umiliazione – gloriosa umiliazione; ha la faccia del povero, dello straniero, della vedova e dell’orfano e, nello stesso tempo, del signore chiamato ad investire e a giustificare la mia libertà”[7].
Ci sembra importante riportare un brano d’una intervista a Lévinas. Non sappiamo se vi sia stata una qualche influenza di Lévinas su Mons. Schruers. L’ignoriamo e sicuramente riteniamo che altre siano le sue fonti e le sue intuizioni.
Ma ci sembra importante, per sottolineare la contemporaneità e la profondità del suo pensiero, riportare questo brano d’una intervista di Lévinas:
“Guardare il volto non è guardare il colore degli occhi, osservare l’espressione del viso ... Il volto fa pietà, è nudo e senza difesa, senza posizione sociale, senza rango. E, nello stesso tempo, è come se fosse domanda. Perciò il volto disturba molto: ognuno si può interrogare su che cosa mi chiederà. La sua è la domanda per eccellenza”[8].
Chi ha conosciuto il Vescovo di Hasselt può onestamente attestare che veramente lui si è sempre posto di fronte a ogni volto con meraviglia e come chi si lascia interrogare.
È nel vivere le cose dette che si trova la novità del suo pensiero e che si trova la forza d’un progetto pastorale fedele e creativo, che a dodici anni dalla sua morte continua ad interrogarci.
[1] Paolo VI, più volte ripreso da Giovanni Paolo II, parla d’una nuova “civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato”, Paolo VI, Pentecoste: la nascita della Chiesa (17 maggio 1970), in Insegnamenti di Paolo VI, VIII, Tipografia Poliglotta Vaticana 1971, 506.
[2] In tutti gli scritti di Mons. Schruers appare un continuo riferimento all’Africa, continente da lui più volte visitato e tanto amato. Nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Africa viene riportata questa toccante espressione: “Per molti Padri sinodali l’Africa di oggi può essere paragonata a quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico; egli cadde nelle mani dei briganti che lo spogliarono, lo percossero e se ne andarono lasciandolo mezzo morto (cfr. Lc 10, 30-37). L’Africa è un continente in cui innumerevoli esseri umani – uomini e donne, bambini e giovani – sono distesi, in qualche modo, sul bordo della strada, malati, feriti, impotenti, emarginati e abbandonati. Essi hanno un bisogno estremo di buoni samaritani che vengano loro in aiuto” (n. 41). L’espressione era già presente nell’intervento di Mons. Jean Zoa, Arcivescovo di Yaoundé (cfr. M. Cheza [éd.], Le Synode Africain. Histoire et textes, Karthala, Paris 1996, 54-55), nella cui diocesi Mons. Schruers si recò nel dicembre 1994, visitando la Comunità Redemptor hominis lì presente, lasciando un ricordo indelebile, cfr. “Missione Redemptor hominis” n. 37 (1995) 4-5.
[3] Cfr. V. Soloviev, I tre dialoghi sulla guerra, il progresso e la fine della storia universale con assieme un breve racconto dell’Anticristo e un’appendice, Marietti, Torino 1975.
[4] Cfr. K. Hemmerle, Linien des Lebens: Meditationsimpulse zum Johannesevangelium, Neue Stadt, München 1996, 14.
[5] Per un approfondimento teologico dell’espressione di Péguy sul radicamento dell’esistenza cristiana nel terreno del tempo e della storia, cfr. H.U. von Balthasar, Gloria. Una estetica teologica, III. Stili Laicali, Jaca Book, Milano 1976, 431-456.
[6] Su P. Titelmans, cfr. Chrysostomus de Calmpthout, François Titelmans de Hasselt, professeur de philosophie à l’Université de Louvain, de l’ordre des Frères-Mineurs Capucins (1498-1537): esquisse biographique, De Meester, Bruxelles 1903.
[7] E. Lévinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, Milano 1980, 257.
[8] L. Ghidini, Dialogo con Emmanuel Lévinas, Morcelliana, Brescia 1987, 61-62.

